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Appunti di viaggio.08 - Goa Gaiah IIl mio peregrinare attraverso l’oriente ha certamente prodotto, nel tempo, qualche mutamento interiore.
Non penso di aver compiuto viaggi “avventurosi” o di aver fatto sensazionali scoperte in quelle terre lontane: forse ho viaggiato, inizialmente, in un modo piuttosto inconsapevole ma la coscienza che è cresciuta dentro di me, nel tempo e talvolta a mia insaputa, ha sicuramente subito influenze da queste esperienze.
La spiritualità di cui parlo mi affascina non tanto perché la confronto alla nostra, talvolta spesso apparentemente più tiepida, bensì perché – come ho già avuto modo di dire – rievoca in me le nostre stesse origini e, più vado avanti nel tempo, più le mie considerazioni mi portano a ritenere quelle radici comuni a tutti i popoli.
Coloro che hanno compiuto viaggi in Tibet o in Africa, o anche a Bali, come me, sono tutti concordi nell’affermare di aver appreso un sentire la vita, gli altri, e ciò che ci circonda, in un modo più raffinato: distillato, direi.
Ciò che mi chiedo continuamente è il perché di questo differente sentire. Qualcuno parla di magia dell’Oriente, qualcun altro parla di fascino dell’esotico…io credo che tutto sia da ricondurre ad una umanità meglio conservata, in quei luoghi, proprio perché ancora molto vicina alla natura. Questo rimanere in contatto con la natura, e questo rimanere immersi in essa, appare ai miei occhi come un movimento dell’animo per ricongiungersi a qualcosa di più grande: un “sentire” così profondamente umano che non possiede nazionalità o religione. Un sentire di tutti.
Un’aura di femminilità, simile a quella che ho avvertito a Bratan, solo in apparenza più “dura” ma - in sostanza - semplicemente più "solida" ed ugualmente accogliente e “ricettiva”, l’ho ritrovata a Goa Gajah.
Dopo aver abbandonato la costa dell’isola per addentrarci nei Regni dell’interno, siamo approdati ad un piazzale dal quale si accede, poi, ad una scalinata in discesa.
Non sapevo cosa mi attendesse: un nostro amico del posto ci aveva solo accennato che ci stavamo dirigendo alla Grotta dell’Elefante, risalente all’XI secolo. |
|  Scendendo gradini un po’ malandati, ricavati nella roccia, il mio sguardo si è soffermato su una raccolta di rovine, sistemate in ordine all’interno di un rettangolo limitato da pietre, in un ampio cortile, a dare l’impressione che qualcuno stesse “catalogando” i reperti. Un sito archeologico, dunque!
Una grande fontana di pietra - un’antica “piscina”, direi – con grandi figure femminili addossate alle pareti interne alla piscina stessa e che ancora versano acqua sacra, è stata distrattamente oltrepassata da noi che ci dirigevamo verso la grotta. |
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