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Appunti di viaggio.06 - Dewi Danu I
Un Tempio per tutte le religioni
Quando la foschia della montagna viene spazzata via da una leggera brezza, appare - splendido nella sua semplicità e sensuale come una donna esotica - Bratan, lago vulcanico della zona nord occidentale di Bali: uno specchio per un cielo di un blu cobalto geloso di sguardi, spesso velato di nuvole, in quella regione.
Sulla riva del lago, volgendo lo sguardo ammirato tutt’intorno e all’orizzonte, si può vedere la riva opposta: segno che Bratan non è, poi, così grande!
A me, italiana del Sud, ricorda in qualche modo il lago d’Averno, piccola conca nostrana, anch’esso di origine vulcanica.
Stessa magia.
Stessa presenza “femminile”, dilagante tutt’intorno. Qui la Sibilla, lì Dewi Danu: la dea delle acque. Qui, come lì, un ampio bacino, come un ventre generoso, che conserva e crea la vita nel proprio fluido acquatico. Nel lago sacro a Danu, fino a pochi anni or sono, ancora si sacrificavano, annegandoli, animali adorni di monili d’oro: riportati al ventre materno e terribile della dea, che ricambia con raccolti abbondanti.
Danu e Sibilla: due volti distinti e lontani ma così tanto simili, fra loro, della Grande Madre Terra.

Qualcuno afferma che dietro il mio aspetto matronale e quasi austero si celi un animo gentile e romantico: non saprei. So solo che - quando ho ascoltato la storia di Dewi Danu, sposa del dio che “abita” il vicino monte Catur, e preposta alla salvaguardia delle coltivazioni di riso della zona - mi aspettavo che, improvvisamente, dal centro del lago, apparisse una mano illuminata da una luce color smeraldo che mi offrisse Excalibur, o una sua versione più “orientale”: che confusione! Sarà, forse, per via di quell’atmosfera magica, sottile e penetrante che - come dicevo - avverto molto simile qualora mi reco all’antro della Sibilla Cumana.
Il lago sorge al centro di un piccolo ed elegante parco: un’oasi di giardini tropicali, di spazi aperti e piccoli sentieri che separano ricche distese di verde curate da mani amorevoli.
Nel lago, su di un isolotto presso la riva, sorge il tempietto, risalente al XVII secolo, dedicato a Dewi Danu.
Una piccola oasi, dunque, il cui cuore, femminile e fluido, è il lago Bratan.

Chi si è recato a Bali saprà che i balinesi sono un popolo che adora riti e cerimonie. Non è difficile incontrare - durante il giorno - donne che portano sulla testa, in perfetto equilibrio, enormi cesti di frutta in omaggio alle divinità, e uomini, adorni dei costumi locali, che, in variopinte sfilate, si recano ai templi per una delle tante cerimonie, attraversando le strade dell’isola, le spiagge e le viuzze che separano risaia da risaia.
Così anche ad Ulun Danu: numerosi sono i fedeli giunti in pellegrinaggio, e la spiritualità riesce a farsi sentire anche fra le orde di turisti che arrivano in massa.

All’interno del complesso un cortile, difeso da sguardi indiscreti da un alto muro di cinta, ospita i balinesi induisti che si riuniscono per le cerimonie religiose.
La prima volta in cui mi sono recata lì - lo ammetto - anche io ho peccato di invadenza! Presa dal mio girovagare curioso ho varcato - con distrazione - la soglia della piccola porta semichiusa che dava nel cortiletto, per scoprire un gruppo di fedeli inginocchiati, in preghiera, raccolti in una devozione davvero profonda e mistica.
Mi sono sentita un verme!
Non sono stata “cacciata” e non ho avvertito alcuno sguardo di biasimo: piuttosto qualche timido sorriso di benvenuto, quello sì, ma la sensazione, molto sgradevole, di aver varcato uno spazio troppo “intimo” era chiarissima, in me.

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