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Appunti di viaggio.05 - L'isola che non c'è
Ogni mio ritorno all’isola scandisce la constatazione di cambiamenti radicali che si susseguono l’un l’altro molto velocemente.
La contaminazione occidentale non perdona ed anche lì il turismo di massa, il business ed il progresso portano falso benessere che soppianta antichi valori.
Vi sono cose, case, strade, templi ed anche piccoli particolari apparentemente insignificanti che scompaiono un po’ alla volta, senza che gli abitanti stessi se ne rendano conto.
È il caso di una statua di gesso raffigurante una poliziotta, posta sul ciglio di una strada che congiunge la costa con i villaggi più interni che si attraversano per arrivare ad uno dei vulcani, il Kintamani.

La statua era stata sistemata accanto ad una pedana sollevata da terra di circa due o tre metri e sulla quale era appoggiata un’automobile sfasciata – evidentemente da uno scontro frontale - che, con l’andare del tempo, arrugginiva sempre più. La poliziotta indicava con l’indice quell’auto, come monito a fare attenzione alla guida.
Nessun valore artistico, nessuna pretesa di voler stupire. In quell’espressione estremamente naïve io intravedevo altro.

Intravedevo un linguaggio perduto in altri posti nel mondo. Intravedevo una umanità che cerca altre modalità di comunicazione, sempre perfettamente comprensibili da ciascuno, e l’originalità di non volersi piegare agli standard stereotipati dei cartelloni stradali; un tentativo di voler conservare un’espressività personale non appiattita da un linguaggio troppo comune e troppo “uguale”, senza dover per questo rinunciare ad una immediatezza del messaggio intrinseco.
Percorrendo quella strada immaginavo le contrade nostrane, scosse – molti anni fa - dal raro attraversamento di un’auto, a velocità “sostenuta” per l’epoca, che faceva sobbalzare vecchi e bambini, spaventando qualche gallina razzolante che, nell’agitare le ali, per lo spavento ci rimetteva qualche penna.
Che immagini “banali”!
Eppure queste fantasie mi sono care. Mi è caro lo spirito che aleggia in questi pensieri-ricordi mai vissuti, riportati, forse, da qualche vecchio film o da qualche foto color seppia. Mi fa fantasticare su una umanità perduta, patrimonio di tutti noi che contro questa perdita poco sappiamo o vogliamo fare.

Bali è l’isola che non c’è, Bali è l’isola che non c’è “più”: più passa il tempo e più evapora. Credo che finirò con lo smettere di andarci, per evitare a me stessa – e con quale viltà – la visione di un annientamento inesorabile.
Dopo alcuni “ritorni”, molti anni fa, notai che alla statua mancava la punta dell’indice.
Dopo altri “ritorni”, ancora, mancava tutta la mano, e dal moncherino del polso fuoriuscivano i fili di ferro che ne costituivano la struttura interna.

Man mano, durante gli anni, la statua è stata “consumata”, e quel “monito” – oramai – è un ricordo.

Un balinese mi direbbe che la vita è anche questo e che una “fine” è pur sempre un inizio di qualche altra cosa. Un balinese rimarrebbe sereno, anzi: rimane sereno, l’animo tranquillo, scevro com’è da ansia e stress e fiducioso per il futuro. Un balinese è un “possibilista” inconsapevole, un filosofo inconsapevole ed un inconsapevole artista.

Mentre nel resto del mondo - Indonesia compresa - ci si ammazza reciprocamente per affermare la bontà del proprio credo, a Bali, molti anni fa, hanno costruito un tempio per tutte le religioni...

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